Un progetto nato per valorizzare un tratto di costa e trasformato, nel giro di pochi anni, in uno dei casi più discussi di Alghero. Tra concessioni, ricorsi, stop amministrativi, sequestri e riaperture lampo, la vicenda del beach club A-Mare è diventata il simbolo di uno scontro mai risolto tra iniziativa privata, regole urbanistiche e tutela del litorale.
Oggi, dopo una lunga sequenza di atti e contratti, la struttura è smontata e la stagione è saltata. Ma per capire davvero come si è arrivati fin qui bisogna tornare all’inizio, quando il progetto era ancora soltanto una richiesta formale depositata negli uffici regionali.
La storia del beach club di Calabona comincia nel 2020, quando prende forma l’istanza per ottenere una concessione demaniale su un tratto di costa di Alghero. Il progetto, nelle sue linee iniziali, prevede una piattaforma prendisole e un pontile galleggiante, con l’idea di costruire un servizio balneare capace di intercettare un turismo di fascia medio-alta in una delle zone più suggestive del litorale cittadino.
In quella fase il procedimento segue il percorso ordinario: pubblicazione degli atti, raccolta delle osservazioni e passaggi tecnici necessari per arrivare al rilascio del titolo. Sulla carta, si tratta di un iter amministrativo destinato a sfociare in una concessione stagionale, con strutture dichiarate rimovibili e attività concentrate nei mesi estivi.
Il passaggio decisivo arriva negli anni successivi, quando la società ottiene la concessione demaniale per l’utilizzo dell’area. Il progetto si consolida e si struttura attorno a un’idea precisa: offrire servizi balneari e nautici con una piattaforma in legno, spazi attrezzati e un pontile per l’ormeggio di piccole imbarcazioni.
A quel punto il beach club non è più soltanto un’ipotesi. Diventa un investimento vero, con una visione imprenditoriale ben definita e la prospettiva di inserirsi stabilmente nell’offerta turistica di Alghero. Proprio per questo, quando la struttura prende forma, attorno all’iniziativa si accendono subito attenzione, aspettative e polemiche.
Il 2024 è l’anno in cui A-Mare entra davvero nella vita pubblica della città. Il beach club apre, si presenta come una novità capace di cambiare il volto di Calabona e attira immediatamente curiosità, consenso e critiche. L’impatto visivo dell’intervento, la posizione in un tratto costiero molto delicato e il tema delle autorizzazioni fanno però esplodere quasi subito il confronto.
Nel pieno dell’estate, il Comune interviene attraverso il procedimento amministrativo legato all’attività e dispone la decadenza del titolo, ordinando il ripristino dello stato dei luoghi. È il primo vero terremoto della vicenda, perché mette in discussione la possibilità stessa di proseguire l’attività in un momento in cui il beach club è già operativo e inserito nella stagione turistica.
La società non si ferma e sceglie la strada del ricorso. Il caso approda davanti al Tar, che in una fase iniziale sospende il provvedimento comunale. È un passaggio importante perché riapre il fronte amministrativo e mostra subito quanto la questione sia tutt’altro che lineare.
Da quel momento la vicenda si sdoppia. Da una parte c’è il confronto davanti ai giudici amministrativi, dove si discute della tenuta dei titoli e della correttezza degli atti. Dall’altra prende corpo il filone penale, che segue tempi, logiche e valutazioni diverse. È qui che il caso Calabona smette di essere solo una controversia burocratica e si trasforma in un vero scontro istituzionale.
Nell’agosto del 2024 arriva il colpo più duro: il beach club viene posto sotto sequestro. La notizia scuote Alghero e cambia completamente il clima attorno al progetto. Il locale, che fino a quel momento rappresentava per alcuni un simbolo di rilancio turistico e per altri un intervento troppo impattante, entra in una nuova fase segnata dall’incertezza.
Il sequestro segna uno spartiacque. Da quel momento non si discute più soltanto dell’opportunità del progetto o del gusto estetico dell’intervento, ma della sua compatibilità con il quadro normativo e con i vincoli che insistono sull’area. Il beach club diventa così uno dei casi più delicati del territorio, sospeso tra atti autorizzativi formalmente esistenti e contestazioni che ne mettono in dubbio la legittimità sostanziale.
Dopo mesi di tensioni, la società prova a rilanciare. Il progetto viene rimodulato, vengono acquisiti nuovi passaggi autorizzativi e si tenta di rimettere in moto la macchina in vista della stagione 2025. L’obiettivo è chiaro: correggere gli aspetti contestati e ripresentare l’intervento come compatibile con il quadro normativo.
La linea difensiva della società si concentra soprattutto su un punto: le opere vengono descritte come “precarie, temporanee e amovibili”, dunque non destinate a incidere stabilmente sul paesaggio costiero. È una distinzione decisiva, perché da essa dipende gran parte della valutazione giuridica dell’intero impianto.
Ma anche il nuovo tentativo di ripartenza si scontra con un altro stop. Nel maggio del 2025 arriva infatti un secondo sequestro, che riporta la vicenda al centro delle cronache e conferma quanto il caso sia ormai diventato una partita aperta tra interpretazioni opposte.
Da un lato la società rivendica di avere operato con tutti i titoli necessari e parla apertamente di “tutto in regola”. Dall’altro la Procura mantiene una posizione rigorosa e ritiene che restino elementi tali da giustificare l’intervento dell’autorità giudiziaria. In mezzo c’è una città divisa, che osserva una vicenda sempre più complessa e sempre meno comprensibile per chi guarda da fuori.
Nel giro di poco tempo arriva però anche una svolta favorevole alla società: il Tribunale del Riesame dispone il dissequestro e consente la riapertura dell’attività. È una decisione che permette al beach club di lavorare durante l’estate 2025, anche se con tempi ridotti e dopo settimane di forte incertezza.
La riapertura non cancella le tensioni, ma consente almeno di salvare in parte la stagione. Il locale torna a operare, riprende il rapporto con la clientela e prova a restituire l’immagine di un’attività che vuole andare avanti nonostante tutto. La sensazione, però, è che la ferita resti aperta e che il futuro continui a dipendere più dalle aule di tribunale che dalla programmazione imprenditoriale.
L’anno della rottura definitiva, almeno per ora, è il 2026. La nuova stagione non parte nemmeno. La struttura viene smontata e il beach club resta chiuso. Per A-Mare è il punto più basso di una storia cominciata con ambizioni importanti e finita, almeno temporaneamente, in un blocco completo dell’attività.
A pagare il prezzo più alto non sono soltanto i titolari, ma anche i lavoratori stagionali e l’indotto che ruota attorno al locale. Dopo una prima estate segnata dal sequestro, una seconda recuperata solo in extremis e una terza del tutto cancellata, il caso Calabona diventa anche un problema economico e sociale, oltre che giudiziario e amministrativo.
Ridurre tutto a una disputa tra un’azienda e le istituzioni sarebbe però un errore. Il caso del beach club di Calabona tocca questioni molto più ampie: il rapporto tra sviluppo turistico e tutela ambientale, la gestione del demanio, la chiarezza delle regole, il coordinamento tra enti e la capacità della pubblica amministrazione di offrire percorsi certi a chi investe.
È anche per questo che la vicenda ha assunto un valore simbolico. In questa storia convivono visioni opposte della città. C’è chi vede nel progetto un’occasione mancata di crescita e modernizzazione dell’offerta turistica. E c’è chi, al contrario, lo considera un esempio di pressione eccessiva su un tratto di costa che avrebbe richiesto maggiore cautela fin dal principio.
A distanza di anni dall’avvio dell’iter, il caso resta aperto. Non c’è soltanto da chiarire se il beach club potrà tornare o meno a operare, ma anche quale modello di gestione si voglia immaginare per un’area tanto delicata. La vera domanda non riguarda più soltanto A-Mare, ma il rapporto tra Alghero e il suo litorale.
Per questo la storia del beach club di Calabona continua a far discutere. Perché non racconta soltanto il destino di una struttura sul mare, ma mette in fila tutte le contraddizioni di una città che prova a crescere senza avere ancora trovato un equilibrio stabile tra impresa, paesaggio e regole.